Comunicazione non violenta, cos’è. Insegnarla per “allenare” al rispetto

Comunicazione non violenta, cos’è. Insegnarla per “allenare” al rispetto

Tutti noi, sin da piccoli, a partire proprio dall’ambiente scolastico, siamo stati coinvolti in conflitti più o meno importanti con i nostri compagni o con gli insegnanti.


Oppure ci siamo trovati coinvolti in situazioni conflittuali in ambito familiare.

Nella Scuola e nella società moderne non è cambiato molto… anzi per tutta una serie di dinamiche sociali e psicologiche, oltre che per le evidenti trasformazioni del quadro relazionale interpersonale, le situazioni conflittuali spesso sono più acute e difficili.

Ecco perché oggi più che mai è importante sostenere i giovani e i giovanissimi, fin dalle prime esperienze della scuola primaria, con attività pratico-teoriche che li aiutino ad apprendere “modi comunicativi” più rispettosi ed empatici, favorendo così realmente l’acquisizione di una “Comunicazione non violenta”.

La comunicazione nonviolenta (CNV), definita anche comunicazione empatica, o comunicazione collaborativa o linguaggio giraffa, è un processo di comunicazione assertivo sviluppato dallo psicologo Marshall Rosenberg. Di origine ebraica, Rosenberg, trasferito con la sua famiglia negli Stati Uniti alla fine degli anni Quaranta, provò sulla sua pelle le terribili esperienze del bullismo, della violenza razziale e dell’isolamento.


Egli fu brillante allievo dello psicologo umanista Carl Rogers, mettendo a punto un processo che consiste nel concentrare l’attenzione su ciò che è realmente vivo in noi e negli altri, avvicinandosi al concetto più pieno e autentico di “umanesimo” che la psicologia contemporanea possa aver prodotto.

A partire dal 1960, grazie all’attività del suo Centro per la comunicazione non violenta, il suo “modello relazionale” comincia a diffondersi in tutto il mondo.

La Comunicazione non violenta è definita anche come “linguaggio giraffa” e si riferisce a uno dei pupazzi-marionette che Rosenberg utilizzava nei suoi seminari e conferenze, in giro per il mondo, per spiegare i metodi di comunicazione efficaci. Rosenberg scelse questo animale perché il suo lungo collo gli permette di avere un’ampia visione, e per il fatto che ha un cuore molto grande, il più grande tra i mammiferi della terra. In contrapposizione a queste modalità efficaci, Rosenberg, mostrava una marionetta con le sembianze dello “sciacallo”, in quanto uno dei mammiferi più spietati e feroci.

Secondo Marshall Rosenberg il linguaggio e il modo in cui usiamo le nostre parole hanno un ruolo cruciale nel riuscire a rimanere collegati empaticamente a noi stessi e agli altri.

Infatti la Comunicazione Nonviolenta si basa su tre aspetti:

Auto-empatia, l’ascolto di se stessi

Empatia, ascolto dell’altro

Auto-espressione onesta, esprimere autenticamente il proprio sentire e i propri bisogni

La comunicazione non violenta si basa sull’idea che tutti gli esseri umani hanno la capacità di “esprimere” compassione e ricorrono alla violenza (verbale o materiale) verso gli altri quando non riconoscono (e quindi non possiedono) le strategie più efficaci per soddisfare i propri bisogni.


Chiaramente le abitudini di pensare e di parlare che portano alla manifestazione di tale violenza (psicologica e fisica) sono apprese attraverso la cultura, la famiglia, la società.


Il quadro descritto da Marshall Rosenberg è in realtà molto attinente con quello che oggi, nella nostra epoca, si manifesta nelle scuole e nelle famiglie… una profonda, diffusa e gratuita “violenza” che si osserva su più livelli.

Andiamo al vedere più nel dettaglio cosa propone il “metodo” della CNV, dal momento che è un processo strutturato in 4 tappe:

OSSERVAZIONI – SENTIMENTI – BISOGNI – RICHIESTE




Osservare senza valutare; “quando vedo… sento…”


Mi sento particolarmente…


Perché ho bisogno di…


Vorrei che tu… saresti disposto a…?

Come possiamo ben capire si tratta di un “metodo basato sulla gestione equilibrata e consapevole” del nostro linguaggio per comunicare in maniera, sincera e assertiva con gli altri, comunicando i propri stati d’animo e i nostri bisogni senza bisogno di criticare, aggredire o insultare i nostri interlocutori… oltre che su un metodo costruito su una profonda auto-consapevolezza dei propri stati emotivi.

Lavorare su queste modalità di relazione, immaginiamo già partendo dai nostri giovani alunni, potrebbe darci la possibilità di “allenarli allenando noi stessi” ad intendere semplicemente i bisogni degli altri senza percepirvi la minima critica, giudizio o attacco nei nostri confronti.


Il prodotto finale sarebbe quello di far crescere, in ambito comunicativo, l’abilità… anzi come direbbe Daniel Goleman, la competenza di non reagire d’ impeto, ma di ponderare le situazioni, mettendosi nei panni dell’altro e dialogando in maniera meno conflittuale ed etica. Davvero un bellissimo obiettivo per la Scuola di oggi e per la società che verrà.

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