Morto Maurizio Calvesi, storico e critico d’arte

Morto Maurizio Calvesi, storico e critico d’arte

«Maurizio Calvesi affrontava agevolmente tutti i repertori come un grande pianista: non solo i suoi saggi fondamentali su Caravaggio o su Dürer ma anche quel suo coraggioso aver fatto giustizia sulle avanguardie del Novecento, sottraendo il Futurismo ai luoghi comuni della storiografia per la sua vicinanza al fascismo». Claudio Strinati propone una rapida istantanea di Maurizio Calvesi, morto il 24 luglio a Roma a 92 anni di età dopo una densissima vita di studioso, ricercatore, divulgatore, docente universitario. Il suo multiforme impegno in diversi capitoli storico-artistici rende impossibile ricostruirne in un unico schema la personalità, l’opera e il grande lascito.

Calvesi nasce a Roma il 18 settembre 1927. Da bambino frequenta lo studio romano di Giacomo Balla, al piano superiore di casa Calvesi in via Oslavia 39/b. E Balla padre, nel 1934, interviene nel ritratto a pastello di Calvesi a sette anni realizzato dalla figlia Elica. Grazie a Balla conosce Filippo Tommaso Marinetti nel 1941 ed entra a far parte del gruppo Aeropoeti Sant’Elia. Due amicizie adolescenziali che gli suggeriranno future riletture. Calvesi si laurea nel 1949 con Lionello Venturi con una bellissima tesi su Simone Peterzano, il maestro di Caravaggio, «tutti dicono che fu Longhi a riscoprirlo ma non è vero, proprio Venturi cominciò a studiarlo nel 1909», aveva detto nel luglio 2001 al «Corriere della Sera» (per il quale scrisse dal 1972 al 1978) .

Con quella di Venturi, la sua formazione porta l’impronta di Giulio Carlo Argan, una sorta di suo padre culturale (anche da maturo lo definiranno «allievo di Argan»). Molte esperienze ministeriali (la Soprintendenza di Bologna, la direzione della Pinacoteca di Ferrara e della Calcografia nazionale, la Galleria nazionale di arte moderna come vice di Palma Bucarelli) quindi le cattedre di Storia dell’arte moderna a Palermo, tra il 1970 e il 1976, poi l’approdo a Roma, tra il 1976 e il 2002 dove è prima direttore dell’Istituto e, infine, direttore del Dipartimento. Questo per quel che riguarda le date e la sua capacità di creare una scuola che ha in Alessandro Zuccari il suo prestigioso erede. E poi si dovrebbe sintetizzare senza pericolo di trascuratezze gli studi in Italia e in campo internazionale.

Il Piero della Francesca del 1998, le ricerche sul Futurismo alla fine degli Anni 60 e i primi 70. La rinnovata visione di De Chirico. Ancora Strinati: «In La metafisica schiarita/ Da De Chirico a Carrà. Da Morandi a Savinio c’è tutta la capacità sintetica e scientifica di Calvesi, a partire dal geniale titolo. Lui “chiariva”». Ovviamente vanno ricordati i suoi scritti su Caravaggio, punto di partenza per qualsiasi studioso nella seconda metà del Novecento (anche nella divulgazione, basti pensare a Le realtà di Caravaggio, Einaudi).

Sempre Strinati ricorda l’attaccamento di Calvesi per la rivista «Storia dell’arte», prima diretta da Argan e poi da lui affidata nel 1969 a Calvesi che si concentra nel far emergere i nuovi studiosi: proprio Strinati, Michele Cordaro, futuro direttore dell’Istituto centrale del restauro, Enzo Bilardello, Maria Andaloro. Tale è il legame con la rivista che, quando emergono difficoltà economiche, Calvesi con sua moglie Augusta Monferini (a sua volta storica dell’arte e già direttrice della Galleria nazionale di arte moderna) fonda la casa editrice CAM (Calvesi Augusta Monferini) e la rileva. E così la rivista è a tutt’oggi viva (ma Calvesi dirigerà anche «Art e dossier» e «Ars») Gli incarichi pubblici non mancano: il Consiglio nazionale dei Beni culturali, la curatela della Biennale d’arte di Venezia nel 1984 e nel 1986, socio dei Lincei e dell’Accademia di San Luca

Altri interessi, in ordine necessariamente sparso: Duchamp, la Pop Art, Piranesi, la Cappella Sistina, la passione per Burri (presiederà la sua Fondazione) per Umberto Mastroianni e Marino Marini, le amicizie personali: Fabio Mauri, Pino Pascali, Franco Angeli, Mario Schifano, lo scultore Mario Ceroli che realizza la monumentale (e celebre) libreria lignea «Calvesi-Monferini» in pino di Russia, per trentamila volumi, con cento ritratti in silhouette dei due padroni di casa.

Il volume più amato, spiegò al nostro giornale sempre nel 2001, era una copia lisa di Psicologia e alchimia, di Carl Gustav Jung, edita nel 1951 dall’Astrolabio: «Capii che La melanconia di Dürer era l’ allegoria della prima fase della nerezza alchemica». Fu il punto di partenza che lo portò al suo folgorante saggio Einaudi La melanconia di Albrecht Dürer. Ti saresti aspettato che afferrasse per primo un testo su Caravaggio Invece scelse senza esitazioni Jung. Bella chiave per capire Calvesi.

24 luglio 2020 (modifica il 24 luglio 2020 | 23:19)

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